mar 17 aprile 2018
Italia centrale e meridionale: le zone d’Italia più colpite dal pericolo diabesità
In Italia l’Istat calcola che le persone affette da diabete mellito siano 3,2 milioni, di cui 2 milioni circa affette da obesità. Se una persona fosse affetta da diabete e obesità, avrebbe un rischio quadruplicato di morire entro 10 anni rispetto a una persona affetta da diabete con un peso nei limiti.
Negli ultimi 30 anni la percentuale di Italiani affetti da diabete è passata da 2.9% al 5.6% dell’intera popolazione. Questa progressione è legata soprattutto all’invecchiamento della popolazione, alla diagnosi di diabete più tempestiva e alle migliori cure per raggiungere il compenso metabolico e ridurre le complicanze. Aggiungiamo che l'obesità è uno dei fattori di rischio principali per il diabete. Le stime ci dicono che il 44% dei casi di diabete tipo 2 siano attribuibili alla condizione di obesità/sovrappeso; se andassimo a valutare gli Italiani tra i 45 e i 64 anni,

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Il cervello ha bisogno della ….. dieta mediterranea !
La dieta mediterranea si ispira alla tipica alimentazione della popolazione italiana e greca. Si tratta di una dieta “povera” per definizione, basata principalmente sul consumo di cereali (pane, pasta), patate, legumi, ortaggi, frutta, olio d'oliva e uno scarso consumo di prodotti di origine animale. Inoltre, un altro elemento della dieta mediterranea è il vino rosso, consumato in modo corretto (mezzo o un bicchiere a pasto).
Uno studio italiano ha messo in evidenza come l’adesione a un modello alimentare come quello della dieta mediterranea sia associata a un rischio minore di compromissione cognitiva. La ricerca condotta da ricercatori dell’Università di Milano, dell’Istituto Neurologico Besta, dello IUSS di Pavia e del Fatebenefratelli di Brescia ha esaminato 279 partecipanti di età ≥ 65 anni (80 uomini, 199 donne) utilizzando sia un questionario di 14 voci sia il Mini-Mental

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lun 26 marzo 2018
A Pasqua ……… tra le uova di cioccolato. ……
In questi giorni le vetrine delle pasticcerie e i banchi di supermercati sono invasi da uova di cioccolato al latte, fondente, bianco, alle nocciole e chi più ne ha più ne metta. Ma se si ha il diabete ?
Il cioccolato non è proibito, basta solo consumarlo a piccole dosi. Il cioccolato fa innalzare la glicemia, quindi chi ha il diabete è meglio che ne limiti il consumo e arrivi ad evitarlo se le glicemie non fossero ben controllate. Ma chi ha il diabete non deve necessariamente rinunciare per sempre al cioccolato.
Che tipo di cioccolato è meglio consumare quando si ha il diabete? Meglio scegliere il cioccolato fondente, perché ha una maggiore quantità di cacao e meno zuccheri e grassi. Il cioccolato al latte fornisce le stesse calorie di quello fondente, ma tende ad essere più dolce e va quindi consumato in minore quantità.
La “cioccolata per diabetici”. Questo tipo di cioccolata si ottiene sostituendo alcuni o tutti gli zuccheri del cioccolato con dolcificanti, come i polialcoli (o polioli, alcoli dello zucchero), cioè maltitolo e sorbitolo. Questi dolcificanti forniscono meno calorie rispetto al saccarosio

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mer 21 marzo 2018
Diabete con infezione, infezione con diabete ………
L’associazione diabete – infezioni è nota a tutti ed è secondaria a diverse anomalie correlabili alla malattia diabetica, come le risposte immunitarie non adeguate favorite dall’iperglicemia, la neuropatia, la dismotilità sia gastrointestinale sia urinaria. Oltretutto, non dimentichiamo che un processo infettivo può rappresentare la prima manifestazione del diabete o l’evento precipitante la chetoacidosi diabetica o la crisi ipoglicemica. E’ di recentissima pubblicazione uno studio inglese condotto su più di 100000 persone con diabete e più di 200000 controlli, che ha messo chiaramente in evidenza come i soggetti con diabete tipo 1 e tipo 2 siano a rischio di sviluppare diverse infezioni comuni, come infezioni cutanee, micosi, polmoniti, e infezioni più gravi e meno frequenti come sepsi, osteomieliti, artriti, endocarditi. Inoltre, rispetto ai controlli paragonabili per sesso ed età,

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lun 05 marzo 2018
Decenni di convivenza con il diabete tipo 1 = dialisi ? Non sempre e i numeri sono incoraggianti !
La storia della nefropatia è ben delineata nel diabete tipo 1, poichè è noto - nella maggior parte dei casi - il momento di esordio della malattia. L'incremento iniziale dell’albuminuria (un tempo identificato con il termine microalbuminuria) compare nel 20-30% dei casi dopo una media di 15 anni di durata del diabete. Meno della metà di questi soggetti progredirà a nefropatia conclamata; gli altri osserveranno la regressione o la stabilità dell'albuminuria, probabilmente grazie al controllo glicemico e all'assunzione di farmaci come gli ACE-inibitori (ACE, angiotensin-converting enzyme) e i sartanici (ARB, bloccanti del recettore dell'angiotensina).
Prima che fosse pratica comune trattare il soggetto con diabete tipo 1 avendo come obiettivo uno stretto controllo glicemico e pressorio, l'incidenza della nefropatia terminale (stadio 5) era elevata, arrivando a 1 su 4 pazienti a 30 anni dalla diagnosi di diabete.
Nel numero di marzo di Diabetes Care sono stati pubblicati tre lavori originali, che indicano come sia ridotta la percentuale di soggetti con diabete tipo 1 che vanno incontro a nefropatia terminale.

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